INTRODUZIONE
Le tappe che hanno condotto alla frantumazione dell’unità dei cristiani sono molteplici, ed hanno origine sia teologica che politica e geografica . Si va dalle eresie dei primi secoli (arianesimo, nestorianesimo) sino al grande trauma della Riforma protestante, passando per il distacco da Roma delle chiese orientali.
Chi vorrà approfondire queste vicende potrà cliccare su STORIA DELL’ECUMENISMO e DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO.
Quest’articolo, invece, vuole essere una breve sintesi di storia dell’ecumenismo al fine di aiutare chiunque ad introdursi nel discorso ecumenico e quindi meglio comprendere e riflettere sul dialogo tra le varie confessioni cristiane.


Breve riepilogo storico

Il dialogo ecumenico nasce dall’esigenza di ricomporre una frattura creatasi all’interno della chiesa cristiana già dai primi secoli della sua esistenza con la non accettazione dei Concili di Nicea e di Calcedonia che riguardavano la discussione sulla divinità di Cristo. Con i concili di Bari (1098), di Lione (1274) e di Firenze (1438) c’è un primo tentativo di riportare all’unità tutti i cristiani. Dopo il grande scisma d’oriente, abbiamo un’altra grande frattura con Lutero, Calvino e Zwingli.
Ma  è solo nei primi anni del XIX sec., e per iniziativa dei protestanti, che ci si rende conto che è necessaria una reale intesa tra i cristiani:  l’evangelizzazione dei paesi in cui le varie confessioni cristiane svolgono attività missionaria deve avvenire in modo coerente ed essenzialmente uniforme, il Cristo che si va ad annunciare è Uno ed una è la fede.
La nascita ufficiale del movimento ecumenico si fa risalire abitualmente alla Conferenza missionaria mondiale di Edimburgo (1910).
La Conferenza di Edimburgo sfocia in un forum che dà vita al Consiglio Missionario Internazionale (1921).
Seguono la formazione di altre strutture, in particolare  “Vita e Azione” e “Fede e Costituzione” che alla fine hanno trovato convergenza nel CEC: Consiglio Ecumenico delle Chiese (1948).
Il CEC persegue lo scopo dell’unità dei cristiani cercando in primis i punti comuni e poi le sostanziali diversità che non possono essere rimosse o cambiate ad un punto tale da unificarsi in un unicum. Preso coscienza di ciò  il CEC da questo momento persegue la strada del rispetto delle diversità perché comunque l’origine e il fine comune a tutte le realtà cristiane è Cristo e la fede in Lui.
La chiesa cattolica si è sempre astenuta dal partecipare in maniera diretta ed attiva ai lavori del CEC perché perseguiva l’idea che sostanzialmente l’Unità si sarebbe avuta quando le altre confessioni cristiane fossero tornate nella chiesa cattolica stessa, accettando il primato di Roma e cioè il primato del Papa.
È con Papa Giovanni XXIII che la visione cattolica sull’unità dei cristiani inizia ad assumere un’altra dimensione: la chiesa cattolica intuisce che abbandonando l’idea del proprio primato sulle altre chiese cristiane favorisce ed intensifica il dialogo con esse. Il dialogo è la base della conoscenza che porta al rispetto e alla comprensione reciproca delle proprie tesi sia in campo teologico che in quello liturgico.
Per la chiesa cattolica, però, il dialogo deve basarsi su dei principi essenziali che possono essere riassunti nella ricerca della purezza della dottrina cattolica, nella sua profonda ed esatta esposizione, condotta con amore della verità, carità ed umiltà. Punto essenziale è anche la preghiera privata e pubblica per l’unità dei cristiani: questa è da ritenersi l’anima del movimento ecumenico e per tanto possiamo definirlo “ecumenismo spirituale”.
Molto fruttuosi sono stati, e sono, i dialoghi bilaterali tra i cattolici e le singole confessioni cristiane. Cominciamo ad esaminare il dialogo tra cattolici ed ortodossi.



4.1 Cattolici/Ortodossi

I principali ostacoli

La visione ecclesiologica
Gli ortodossi non riconoscono una struttura ecclesiale di forma piramidale. C’è un’uguaglianza fondamentale fra tutte le comunità eucaristiche locali e i vescovi che le presiedono (i Patriarcati): essi sono dei rappresentanti delle loro comunità e le chiese locali hanno una propria autonomia interna. In tal modo l’insieme delle Chiese locali costituiscono una fraternità o comunione di Chiese che si esprimono in un collegio episcopale.
Il collegio episcopale è espressione del circolo apostolico;  si riunisce almeno una volta all’anno e attraverso i concili locali o ecumenici raccoglie le istanze delle singole realtà e le iscrive nel patrimonio della chiesa universale. Ciò ci fa capire che è un vertice al contrario: è la base che detta in qualche modo le direttive alla chiesa universale. I Patriarchi sono tutti primus inter pares.

Il primato del vescovo di Roma
È chiaro che per la visione ecclesiologica che abbiamo innanzi esposto non può trovare posto il primato del Vescovo di Roma che, invece, pone l’accento sui diritti-doveri del Papa verso la chiesa universale. In Oriente, piuttosto l’attenzione va alle relazioni di comunione tra le chiese e i rapporti giuridici si limitano essenzialmente all’ambito conciliare, sottolineando la visione sinodale entro la quale viene  esercitata la potestas primaziale. Sostanzialmente l’istituto patriarcale non implica alcuna autorità nemmeno di diritto divino; la gerarchia è soggetta al sinodo e nessun primate può avallare a sé un potere ricevuto da tutti i vescovi nel sacramento dell’ordinazione. Ed è per questo che già dal VI sec. il vescovo di Roma è considerato “Patriarca d’Occidente” insieme agli altri quattro Patriarchi (Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme): la sua funzione è concepita dagli ortodossi come semplice ruolo di guida ed esclude una suprema autorità giurisdizionale.
In effetti non è il primato di Pietro in discussione nella chiesa ortodossa, perché non vi è dubbio che Pietro è il primo tra gli Apostoli. Il problema si pone sulla successione: per gli ortodossi tutti i vescovi sono in ugual modo successori non solo di Pietro ma di tutti gli Apostoli. Non c’è per loro nessun diritto divino a priori come invece sostiene Roma definendo primus inter pares il vescovo di Roma.
Ciò comporta anche dei problemi sulla dottrina: gli ortodossi non accettano nessun sviluppo nella formulazione della fede cattolica avvenuta successivamente alla separazione: al massimo potrebbero accettarle come theologoumena della chiesa latina.  Sostanzialmente questa forma di papato della “chiesa latina” non potrà mai essere accettata dalle Chiese Orientali e soprattutto nella formulazione che ne fa il Concilio Vaticano I.[1]
È questo il vero ostacolo all’unità per quanto riguarda gli ortodossi: per loro non è proprio concepibile un super-vescovo universale che relativizza e talvolta ignora il potere dei vescovi tutti anch’esso di origine sacramentale.
Per gli ortodossi il Papa è semplicemente il primo vescovo della cristianità, mentre per i cattolici è il fondamento visibile dell’unità della Chiesa.
Altro serio ostacolo all’unità sono le Chiese Uniate, cioè quelle Chiese orientali che si sono riunite con “Roma” mantenendo, però, una propria liturgia e un proprio codice di diritto canonico. Queste Chiese sono malviste dagli ortodossi perché considerate come Chiese che non hanno saputo difendere la propria identità lasciandosi usare da Roma che ha creato attraverso di esse dei patriarcati paralleli a quelli ortodossi.

    Il dialogo   
È detto chiaramente dalla dottrina cattolica che le Chiese orientali sono quelle con cui condividiamo in assoluto più "ricchezze" salvifiche: anzitutto sacramenti veri e validi, ma anche ecclesiologicamente riconosciamo che sono formate da "autentiche Chiese locali".
Il dialogo teologico tra Roma e Costantinopoli ha come base il cosiddetto “dialogo della carità” che trova le sue radici nel messaggio natalizio del 1958 di Giovanni XXIII.
È con Papa Paolo VI e con il Patriarca Atenagora I, nel 1964, che cattolici ed ortodossi realizzano un abbraccio di pace con il ritiro delle rispettive scomuniche avvenute nel 1054.
Un anno dopo, Paolo VI e Atenagora I si videro di nuovo in Israele , e in quella occasione i due religiosi rilasciarono di comune accordo quella che passò alla storia come La "Dichiarazione comune Cattolico-Ortodossa del 1965": questo documento ebbe la conseguenza di attivare una commissione congiunta per il dialogo fra le due confessioni, che effettivamente nacque nel 1966 e che è ancor oggi attiva. Questi episodi concilianti non devono far credere che il Patriarca abbia accettato la supremazia papale: anzi, proprio il ruolo di comando del pontefice fu ed è l'ostacolo più grande sulla via che porta all'unificazione delle due religioni. Condicio sine qua non sulla fusione tra cattolicesimo e ortodossia resta l'abolizione del ruolo del papa.
In occasione della visita di Giovanni Paolo II al Patriarca ecumenico Dimitrios II a Costantinopoli viene annunciata ufficialmente la costituzione della Commissione mista internazionale. Nelle assemblee plenarie di detta Commissione si sono elaborati vari documenti sui seguenti temi:
-il Mistero della Chiesa e l’Eucarestia alla luce della Santa Trinità (Monaco 1982);
-Fede, Sacramenti ed Unità della Chiesa (Bari 1987);
-Il Sacramento dell’Ordine nella struttura sacramentale della Chiesa (Valamo 1988);
-L’Uniatismo, metodo di Unione del passato, e la ricerca attuale di unità (Balamand 1993).
All’interno dei dialoghi non è mai stato affrontato in modo aperto e chiaro il tema dell’Uniatismo e del primato del Papa. Infatti fino all’ultimo incontro dell’anno 2000 si è evidenziata la mancanza di qualsiasi accordo in merito.



4.2 CATTOLICI/LUTERANI

I principali ostacoli

Visione ecclesiologica
La visione luterana della Chiesa è strettamente connessa al problema della giustificazione mediante la fede, che diede inizio alla riforma.
Il protestantesimo è scaturito da una nuova lettura della Bibbia attraverso cui Lutero ha affermato che i cristiani sono giustificati non attraverso le loro opere e meriti che ne derivano, ma soltanto per la grazia di Dio ricevuta nella fede.
La conseguenza di questa affermazione è che sia la Chiesa e sia il singolo individuo non possono rivendicare un ruolo di cooperazione alla salvezza.
La Chiesa, quindi, non è considerata come Sacramento di Salvezza: i suoi ministeri non sono mezzi efficaci per la comunicazione della Grazia.
Per Lutero l’unico strumento di salvezza è Cristo stesso e quindi la sola Scriptura.
È evidente che la frattura è proprio sul ruolo della Chiesa e dei suoi ministeri, della sua autorità e della sua relazione con Cristo.
Secondo Lutero l’ordinazione ministeriale che avviene con l’imposizione delle mani è un rito che non ha nulla di sacramentale, esso è una semplice azione simbolica senza alcun conferimento di grazia e di un particolare carattere. Per cui l’istituzione del ministero del vescovo, del parroco e del ministro è semplicemente un atto politico- amministrativo che ha la sua radice nell’abilitazione conferitagli dalla comunità senza alcun potere sacralizzante.

Il primato del vescovo di Roma
Questa interpretazione del ministero si riversa anche sulla concezione luterana del primato e, quindi, in particolare sul primato del vescovo di Roma.
In un primo momento Lutero non ha negato al Papa i legittimi poteri spirituali sia nella sua diocesi che a livello generale. Lutero cercava una sorta di riforma, dovuta alla situazione storica del momento, che riportasse la Chiesa ad essere testimone di Cristo in maniera autentica.
Ma ben presto cominciò una rapida e crescente critica specialmente in opposizione all’insegnamento della bolla Una sanctam che affermava la necessità che ogni essere umano per la salvezza deve essere soggetto al vescovo di Roma.
Questo contrasto si evidenziò attraverso dei libri antipapali che appunto rifiutavano il primato di giurisdizione del Papa, e la sottomissione alla sua autorità.
L’apice della crisi si manifesta con l’identificazione del Papa con l’anticristo. Ciò sanziona la rottura definitiva con Roma.
Questo rifiuto dell’ufficio papale perdura ancora oggi, sia nelle Chiese Luterane che nelle altre Chiese protestanti, come giudizio semplicemente tramandato di generazione in generazione.

Il dialogo    
  I primi contatti con i luterani li abbiamo con la partecipazione dei luterani al Vaticano II come osservatori.
In seguito nel 1965 e nel 1966 si formò un gruppo di lavoro per esaminare due problematiche: le controversie teologiche tradizionali e i matrimoni misti.
Successivamente abbiamo tre fasi attraverso cui si è sviluppato il dialogo ufficiale:
-         nella prima fase (1967-1973) è stato prodotto il Rapporto Il Vangelo e la Chiesa riesaminato  prima a Zurigo nel 1973 e poi a Roma nel 1974. La conclusione fu che i temi principali da sottoporre alle commissioni del dialogo dovevano essere: l’eucarestia, il ministero episcopale e le vie verso la comunione;
-         nella seconda fase (1073-1984) abbiamo lo sviluppo delle discussioni intorno alle tematiche proposte durante la prima fase. Inoltre in occasione del cinquecentesimo anniversario della nascita di Lutero la Commissione ha pubblicato la Dichiarazione comune Martin Lutero, testimone di Gesù Cristo (1983). Nell’anno successivo è stato pubblicato il documeto L’unità davanti a noi, che sottolinea la necessità dell’impegno per raggiungere la comunione ecclesiale;
-         nella terza fase (1986-1993) si evidenzia e sottolinea il problema della giustificazione e della concezione della Chiesa in rapporto a ciò che sono le reciproche relazione o implicazioni rispetto a tale concezione. Ciò si è concretizzato nel documento Chiesa e giustificazione. La comprensione della Chiesa alla luce della dottrina della giustificazione (1993).
Dal 1995 il dialogo è entrato nella quarta fase e si sta occupando dell’apostolicità della Chiesa.


4.3 CATTOLICI/ANGLICANI

I principali ostacoli

Visione della Chiesa
È la politica religiosa personale di Enrico VIII all’origine della scissione con la Chiesa di Roma: voleva ottenere il divorzio per sposare un’altra donna. Pertanto la scissione nasce per preservare la corona, e quindi per scopi politici, e non piuttosto per mere divergenze teologico-dottrinali: non c’era il rifiuto del primato del Papa e quindi non era nella volontà di Enrico VIII il voler creare un cattolicesimo senza Papa.
È chiaro che gli anglicani risentono dell’influsso del protestantesimo e pertanto la scissione definitiva si ha con Elisabetta I che viene nominata unico supremo capo del Regno sia nelle questioni temporali che ecclesiastiche. Pio V nel 1570 scomunica la regina segnando il distacco quasi completo tra le due Chiese.
La separazione diventa una questione dottrinale solo nel XVII: al centro della discussione c’è l’ecclesiologia con una grande varietà di pareri. Da un lato c’è chi vede il papato come un’istituzione difettosa dove il Papa viene identificato come l’anticristo.
Altri considerano il papato come un’istituzione corrotta ma suscettibile di riforma.
L’anglicanesimo in pratica, non rifiuta il primato come tale, ma la supremazia romana: esso identifica il primato in un contesto regionale o più precisamente nazionale e da farsi svolgere in un contesto fortemente collegiale e conciliare. La visione anglicana del primato è più vicina a quella orientale che a quella protestante: il Papa di Roma è considerato Patriarca d’occidente.
Il primato è considerato il segno della koinonia visibile che Dio vuole per la Chiesa; esso è lo sturmento attraverso il quale si realizza l’unità nella diversità.
Resta da chiarire ancora oggi nel dialogo ecumenico se :
-         questo ministero sia necessario,
-         se è richiesto de iure divino o per ragioni pratiche
-         in che maniera deve essere esercitato.

Il dialogo    

Il dialogo cattolico/anglicano ha avuto origine dagli incontri di Madera nel 1890. In seguito è stato formalizzato nella dichiarazione comune del 1966 tra il Papa Paolo VI e l’Arcivescovo Runcie. In seguito fu istituita una commissione teologica che avrebbe dovuto spianare la via alla piena riconciliazione.
La prima fase (1967-1968) si concluse con la pubblicazione del Rapporto di Malta che prese in esame i problemi relativi all’eucarestia, al ministero e all’autorità nella Chiesa. Da qui emerse ciò che unisce cattolici ed anglicani nella fede e ciò che invece è ancora sul piano delle divergenze.
Nel 1969 viene istituita la Commissione Internazionale Anglicana-Romana cattolica che svolse i suoi lavori dal 1971 al 1982. Dalla Commissione furono redatti due dichiarazioni: Dottrina sull’eucarestia e Ministero e ordinazione. A queste fecero seguito ulteriori delucidazioni espresse nei Chiarimenti di Salisbury (1979).
Sull’autorità della Chiesa vengono pubblicati altri due documenti: Dichiarazione di Venezia Autorità nella Chiesa I (1976) e la Dichiarazione di Windsor Autorità nella Chiesa II(1981).
Nel 1982 in seguito alla visita di Giovanni Paolo II a Canterbury fu istituita una seconda commissione che diede luogo alla dichiarazione comune circa le principali differenze dottrinali che ancora ci separano.
È opportuno sottolineare che solo nel dialogo bilaterale cattolico-anglicano è affrontato in modo approfondito e ampio il problema del primato e del papato.



Conclusioni

Il movimento ecumenico ha sempre avuto come fine l’Unità dei Cristiani.
Nel cammino ecumenico che abbiamo cercato di tracciare si evidenzia che nessuna realtà cristiana rifiuta l’unità anche se ogni chiesa ha un proprio concetto di unità.
Il dialogo resta il mezzo privilegiato per perseguire un’intesa che non deve sacrificare le diversità, ma, al contrario, deve essere valutata come una una ricchezza per ogni cristiano.
La base del dialogo per l’unità è la preghiera: bisogna ritrovarsi soprattutto nella preghiera che ha sicuramente come fine comune la Glorificazione di Dio e la salvezza dell’uomo.


[1] PIO IX, Pastor Aeternus, Costituzione Dogmatica Concilio Vaticano I, 1870: «Se qualcuno dunque affermerà che non è per disposizione dello stesso Cristo Signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro abbia per sempre successori nel Primato sulla Chiesa universale, o che il Romano Pontefice non sia il successore del beato Pietro nello stesso Primato: sia anatema».